All’autrice di Ho messo gli stivali gialli – appunti da un viaggio che non volevamo fare

 

Cara amica mai conosciuta nei tuoi giorni terreni, sto zampettando con gli stivali gialli.

Ogni tanto mi ripeto qualche tua frase per rincorrere la vita, o per accogliere lacrime irrefrenabili.

Mi confronto con i tuoi racconti mentre mi accampo - tra un'attesa e l'altra - nei corridoi di oncologia.

Ti sento come una complice e ti confido desideri irrealizzati, festeggiando le  gioie della tua vita, così diversa dalla mia. Ma così simile nel finale.

 

(27 luglio 2026)

 

 

Se quella certa creatura non avesse scelto il mio corpo come dimora, ogni pensiero sarebbe diverso.

Se quella certa creatura non mi avesse selezionato con cura, mi sarei persa incontri preziosi e anime a cui affidare i tumulti della mia.

Se quella certa creatura non si fosse installata nel mio utero, colmandolo di sofferenze nuove, il vuoto di un'assenza sarebbe stato più forte, accarezzando vestiti e giocattoli.

Se quella certa creatura non mi avesse reso sua schiava, non mi sarei abbandonata alle energie dolorose che, talvolta, mi donano libertà.

Se quella certa creatura non si fosse invaghita di me, forse ora avrei capelli da accarezzare e viaggi da organizzare, attendendo giornate in spiaggia.

Se quella certa creatura non mi avesse voluta, non sentirei la Luce Infinita così presente e pronta ad abbracciarmi.

 

La storia non si fa con i se.

 

(28 maggio 2026)

C’è un tempo per

 

Riflessioni casuali nei giorni intrappolati da una diagnosi (pensando al Qoelet)

 

C'è un tempo per tremare alla lettura di un referto.

C'è un tempo per bloccare la vita nel buio oncologico.

C'è un tempo per abbandonarsi ai ricordi che affollano la memoria.

C'è un tempo per chiudersi in casa, sfuggendo al sole e alle nubi.

C'è un tempo per rifare i progetti, dimenticando che le terapie sono padrone di ogni giorno.

C'è un tempo per offrire sorrisi, fingendo gioie improbabili.

C'è un tempo per sentirsi nella prigione di cure infinite, che profumano di guarigione.

C'è un tempo per chiedere preghiere, consegnando speranze al Creatore.

C'è un tempo per cancellare i sogni irrealizzati, camminando verso l'eternità.

La mia anima è una bambina che piange.

Piange disperatamente davanti ad una chiesa.

La chiesa è chiusa e le urla della piccola si infrangono contro i portoni di bronzo.

L’anima si sente abbandonata e si illude che, piangendo più forte, qualcuno si accorga del suo dolore.

La bimba tenta di chiedere aiuto cercando nuove parole, ma sono sempre sbagliate.

Forse un giorno un portone sarà appena socchiuso; le urla finalmente entreranno nella chiesa.

Il silenzio accarezzerà il dolore e l’anima – a fatica – dimenticherà il pianto.

 

 

 

Mi sono costruita dei figli d’argilla: lui e lei.

Le sagome incarnano i miei piccoli, prigionieri da tempo del cielo.

Restando in silenzio sento le loro voci, intonate al battito del mio cuore materno.

Leggo fiabe ai miei piccoli che ascoltano con sguardo vivace, percepibile solo ai miei occhi.

Un sonno eterno li possiede e il tempo, lentamente, cerca di donarmi conforto.

 

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